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giovedì 27 maggio 2010

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(Chi non avesse visto l'ultima puntata non si preoccupi, non e' uno spoiler. Ma se siete paranoici, e vi capisco, evitate di leggere oltre.)

La fine e' meravigliosa, e banale. Perche' alla fine era la loro storia: una storia di persone. 

Tutto il resto, l'Isola, Dharma, gli orsi polari, non e' che non contassero, come dice qualcuno. Non erano un modo per divagare, tirarla in lungo e coglionare gli spettatori. 
Erano il contesto, e qualcosa di piu': senza quel contesto, quello li', non ci sarebbe stata la crescita, la formazione. E Lost e' innanzitutto un romanzo di formazione.
Di persone sole, che si erano perse. E che alla fine si sono ritrovate, insieme.


Cosa rimane dopo The End?
Sicuramente una televisione diversa dal 2004. Lost ne ha rilanciato le ambizioni, e le ha consegnato una parola, "epica", che fino a quel momento era stata patrimonio della letteratura e del cinema.

Ma si tratta solo di questo, di televisione?
Altre serie hanno avuto un impatto ben piu' significativo nel mondo reale: da alcuni anni i procuratori americani si lamentano dell'effetto-CSI, ovvero della renitenza delle giurie popolari a condannare qualcuno in assenza di prove scientifiche schiaccianti; 24 ha giustificato un approccio Cheneyano al terrorismo e ad alcuni temi ad esso collegati, come la tortura, ma ha anche preparato il terreno per l'elezione di un Presidente nero.

Ecco, nonostante questo, nonostante siano state in grado di cambiare qualcosina del mondo fuori dallo scatolotto televisivo, CSI e 24 sono soltanto quello: televisione. Con il proprio spin-off nel mondo dei videogame, e poco altro.  
Non hanno un popolo. Lost ce l'ha.


E torniamo a quello: Lost e' una storia di persone. 
I Losties, che hanno fatto Lost dentro lo schermo. E noi, che lo abbiamo fatto fuori.

E allora, la riflessione di The End tocca anche a noi: cos'abbiamo imparato da Lost? Cosa ci hanno lasciato quelle ore passate a discuterne, a leggere, a scrivere, a ricostruire, a speculare? 

Lost e' stato la nostra isola?

Forse e' stato soprattutto questo. Io credo che sia vero che alcuni elementi di queste sei stagioni non fossero necessari per la salvezza dei Losties.
Ma lo erano per la nostra. Per il nostro romanzo di formazione.
Di noi che siamo spesso soli, e persi. E che abbiamo ricevuto alcuni attimi in cui ci siamo ritrovati. Insieme.


domenica 22 novembre 2009

Hustle vs Leverage

Breve corso di aggiornamento per chi sceglie ancora i canali dall'1 al 7. O la vita sociale.





Hustle è una serie della BBC che ha per protagonista un gruppo di cinque truffatori. E' ambientata a Londra, e la sua fortuna è di essere stata prodotta a partire dal 2004, ovvero da quando la capitale inglese è diventata più che mai una delle capitali globali: il che significa che oltre ai tradizionali lord inglesi ha cominciato ad ospitare sempre più miliardari russi, arabi e di altre svariate provenienze geografiche e finanziarie, fornendo opportunità pressochè infinite per chi si è scelto questa filosofia di vita:


"La prima regola della truffa è che non puoi truffare un uomo onesto. Non è mai successo. E' impossibile. Perchè l'affare funzioni serve che tu voglia qualcosa in cambio di niente. E noi cosa facciamo? Ti diamo niente in cambio di qualcosa."


La serie è scritta e recitata piuttosto bene e i personaggi riescono a maturare un minimo di spessore, anche se alla lunga lo spettatore si abitua al meccanismo ed è difficile reggere l'effetto sorpresa. Che poi è il problema comune di chiunque voglia rappresentare una truffa: nel momento in cui lo dichiara, lo spettatore sa già cosa aspettarsi, e la scelta è fra il coinvolgerlo come complice passivo o cercare di fregarlo arzigogolando la trama. Regge in un film, ma si fa più complicato su serie di sei episodi a stagione.
Si tratta comunque di un prodotto onesto e interessante, magari non all'altezza delle migliori serie americane di altri generi, ma comunque il meglio nella sua categoria.


Perchè guardarlo. Vi è piaciuto I signori della truffa? Un qualsiasi Ocean's? Il Mattatore? Ecco.


Leverage invece è una serie americana che ha per protagonista un gruppo di cinque truffatori. Si, insomma, è la copia americana. Anche qui sono appunto in cinque, anche qui hanno un certo codice etico. Ed il risultato è quello che ci si può aspettare da una copia americana di un prodotto originariamente inglese: una chiavica.
Nel plagio nell'adattamento si perdono la definizione dei personaggi (che se nell'originale inglese erano un misto di esperienza, astuzia, ragionamento e istinto qui variano giusto l'espressione facciale) (una a testa) e qualsiasi ambizione registica, per ripiegare una specie di b-movie serializzato che ha saltato lo squalo alla prima puntata. Però magari migliora...


Perchè guardarlo. Avete visto I signori della truffa? Tutti gli Ocean's? Il Mattatore? Tutto Hustle? Sentite ancora quel bisogno di vedere plurimiliardari bianchi perdere i loro soldi? Non vi è bastato l'ultimo anno di crisi finanziaria? Va beh, accomodatevi. 





martedì 10 novembre 2009

Fringe (vs X-Files)




Breve corso di aggiornamento per chi sceglie ancora i canali dall'1 al 7. O la vita sociale.


Le premesse ci sarebbero tutte: Fringe è la serie a cui si è dedicato J J Abrams dopo aver tirato scemo il mondo con Lost, ed essersi divertito con Cloverfield.
E si apre con una misteriosa epidemia su un aereo di linea, su cui viene chiamata ad indagare una sezione speciale dell'FBI che si trova costretta a fare affidamento su uno scienziato schizofrenico rinchiuso, appunto, in manicomio. Insomma, c'è lo spunto di respiro, il personaggio intrigante, e il burattinaio di talento dietro le quinte.
O almeno ci sarebbe, perchè da subito Fringe casca su tutta una serie di debolezze anche banali, che richiamano inevitabilmente un confronto con X-Files:

- X-Files si reggeva sulla dialettica tra Mulder e Scully. Allo stesso modo, Fringe si dovrebbe reggere sullo scontro fra lo scienziato Walter Bishop ed il figlio trascurato Peter (Joshua Jackson - Pacey), che però è un personaggio costruito con i piedi. Parte come un genio dal QI spropositato, ma viene subito relegato a contraltare moralista del padre, con interventi didascalici che servono a ricordare allo spettatore che "questo scienziato pazzo che avete conosciuto in un manicomio era proprio pazzo, e comunque con la natura non si scherza se no la natura si ribella". Insomma, etica da quattro soldi, appena un gradino sopra Giovanardi.

 - John Noble, che fa il pazzo di cui sopra, è bravo ma non abbastanza. Se l'unico personaggio interessante della serie è un uomo mentalmente instabile, moralmente discutibile ma dotato di un fascino ambiguo e irresistibile, ti serve Anthony Hopkins. Niente di meno.

- X-Files spiega bene che van bene le cospirazioni misteriose ed i cattivi dietro le quinte, ma bisogna dar loro una presenza ed un volto. Nel caso, l'uomo che fuma. In Fringe non c'è niente di tutto questo: ci sono una serie di incidenti scollegati, un libro che forse spiega qualcosa e forse no, e dopo un pò arriva un cattivo che sembra preso dai B-movies per la tv, con la faccia di quello che si chiede perchè sta lì.

- Infine, Fringe si dimentica che la science fiction segue un meccanismo molto rigido: una volta definiti gli elementi di fantasia, tutto il resto deve muoversi rigorosamente nei confini del realismo, altrimenti si scade nelle coincidenze tenute insieme con lo sputo. In X-Files la "suspension of belief" postulava gli alieni, i poteri paranormali e la cospirazione governativa. Tutto il resto era estremamente realistico, tanto che, per dirne una, Mulder e Scully si sfacchinavano centinaia di miglia perchè gli eventi paranormali accadevano nei luoghi più svariati degli Stati Uniti. Qui invece succede tutto a Philadelphia.
O quella città porta sfiga, o gli sceneggiatori qualche sforzo in più potevano mettercelo*...

Quest'elenco potrebbe andare avanti a lungo (dai viaggi mentali al sosia di Steve Jobs, ad una protagonista veramente cagna), ma bastano questi tre dettagli a fare di Fringe essenzialmente un'occasione mancata: l'X-Files del XXI secolo, del decennio di trionfo delle serie televisive, della factory di J.J. Abrams è un prodotto degno di un passaggio su La7.


Perchè guardarlo. Per verificare di persona che ogni tanto anche J.J. Abrams fa le sue belle vaccate.

* Che poi l'indizio che non fossero esattamente dei geni stava proprio lì in alto: "From the writers of Transformers".

domenica 1 novembre 2009

Studio 60 vs 30 Rock





Breve corso di aggiornamento per chi sceglie ancora i canali dall'1 al 7. O la vita sociale.

"Studio 60 on Sunset Strip" e "30 Rock" sono due serie televisive americane che partono da premesse simili (il dietro le quinte di un live show comico americano), ma le sviluppano su toni e temi differenti.

Studio 60 on Sunset Strip è opera di Aaron Sorkin, e basterebbe questo. Con West Wing condivide parte del cast (Bradley Whitford, Timothy Busfield), l'attenzione ai dialoghi e soprattutto l'ambizione di far riflettere lo spettatore. Ambizione relativamente facile in una serie ambientata alla Casa Bianca, meno scontata ma molto ben soddisfatta  in uno show che sostanzialmente racconta la vita dietro il Saturday Night Live.
Anche per questo, sceglie un registro che chi la sa lunga chiama dramedy, giostrando con equilibrio fra gli spunti più comici e quelli più seri.
Sconta però la stessa mancanza di 30 Rock: per una serie ambientata in un comedy show, trascura di rappresentare la costruzione dello spettacolo, per concentrarsi invece sui rapporti tra gli autori, o fra loro ed il sistema mediatico, economico e sociale in cui si muovono.
Scelta legittima, ma mentre da West Wing abbiamo imparato come si fa la politica americana, Studio 60 è meno capace di insegnarci come si fa la comicità. E siccome ne han fatta una stagione sola, ciccia.

Perchè guardarla. Qui ci sono un pò di ragioni, io ci aggiungo l'apertura della prima puntata (che cita Quinto Potere)




30 Rock è invece la serie creata da Tina Fey, ex head writer proprio del Saturday Night Live, diventata famosa anche da noi (quanto meno su internet) per la sua imitazione di Sarah Palin.
In questo caso il taglio è decisamente comico, e dato che Tina Fey si è costruita lo show intorno proprio personaggio (Liz Lemon), gli spunti principali sono quelli prevedibili per una serie incentrata su una donna single  che ha superato i 30 anni: la difficoltà nel trovare l'uomo giusto, le relazioni passate, l'insicurezza e il rapporto con l'autorità, incarnata da uno strepitoso Alec Baldwin, che ha il compito di introdurre nella serie i tratti più maschili.
A partire dal titolo (30 Rockfeller Plaza è la sede degli studi dell'NBC), 30 Rock è sostanzialmente un'enorme operazione di branded content da parte di NBC e General Electric, ma lo è in modo talmente dichiarato e autoironico che non pesa, e anzi lo si apprezza perchè aggiunge una chilata di realismo ad una serie altrimenti un pò troppo leggera. E d'altronde NBC e GE ben si possono proporre come paradigma del grande studio televisivo americano e della corporation tenuta insieme solo dal profitto e dal carrierismo.
Il punto debole? E' leggerina, leggerina proprio. Con queste premesse, si sarebbe potuto fare uno show molto più graffiante, originale e, appunto, ambizioso. Invece si ride dei temi consueti. Ma si ride.

Perchè guardarla. Alec Baldwin.