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lunedì 17 ottobre 2011

Questione di distanze

Nota a distanza sulla manifestazione di Roma, e conseguenti casini: non c'era niente di imprevedibile.
Quello che ancora mi sorprende, ma si vede che sono fesso io, sono le reazioni di chi chiede ai manifestanti di "prendere le distanze" dai violenti. Reazioni distribuite un po' ovunque, ma soprattutto a sinistra, dato che la destra piu' cialtrona non fa differenze fra manifestanti e violenti, e quindi non sta a porsi il problema. E almeno in questo e' intellettualmente piu' onesta (pensa te...)

Chiariamoci una volta per tutte: chiedere di "prendere le distanze dai violenti" e' una richiesta inammissibile perche' implica una continuita' fra chi scende in piazza pacificamente e chi li' di fianco si mette a sfasciare vetrine. E non e' questo il caso di Roma. Ha ragione Costa a dire che c'e' una deriva preoccupante dell'estremismo di sinistra (ma non solo) di cui si trovano abbondanti tracce online, ma il punto e' proprio questo: c'e' una galassia di gruppi violenti che approfitta di ogni occasione per infiltrarsi nelle manifestazioni e sfasciare quel che trova. Lo rispiego: ci sono dei gruppi di criminali che approfittano di eventi pubblici organizzati in luoghi pubblici per disturbare l'ordine pubblico. Contrastarli e' una responsabilita' della forza pubblica. Per definizione.
Poi si puo' chiedere ai manifestanti di cercare di individuare queste persone e denunciarle (qualcuno a Roma ha anche provato a fermarli, e si e' preso un fracco di botte) ma perche' e' loro interesse, o perche' e' la cosa giusta da fare: non perche' e' loro responsabilita'.
La responsabilita' dell'ordine pubblico e' della forza pubblica, ed e' alla polizia che dovremmo cominciare a chiedere spiegazioni e risultati. Lo facciamo quando si tratta di lotta alla camorra, che e' ben piu' complessa, non vedo perche' dovremmo smettere di farlo quando si tratta di criminali comuni di cui si trovano nomi, piani e reati nero su bianco online.
Oppure decidiamo che ognuno e' responsabile della propria sicurezza, e allora ci si fa il proprio servizio d'ordine e la propria ronda, che non e' che le due cose siano tanto diverse.

Tanto per guardare le cose da una certa distanza, qui in Inghilterra non esistono reazioni del genere. La differenza non sta nel fatto che Occupy London e' stata pacifica: un annetto fa le manifestazioni degli studenti universitari sono state comunque segnate da episodi di violenza.
La differenza sta nel fatto che nessuno si sogna di stabilire legami di corresponsabilita' fra i manifestanti pacifici e i violenti, e pure i tabloid, che il giorno dopo strillano titoli di scandalo sui danni alla citta', non si sognerebbero certo di fare una copertina del genere. Cosi' come a nessuno e' venuto in mente di chiedere ai cittadini di Hackney di prendere le distanze dai violenti, nei giorni in cui alcuni ragazzi mettevano il quartiere a ferro e fuoco.

Sara' che qui non ci sono le scorie degli anni '70. (Ma quando la pianteremo di continuare a evocarli e sentircene segnati? Chi e' sceso in piazza a Roma manco li ha visti, eppure dovrebbe in qualche modo esserne condizionato...)
Sara' che qui si tiene in grande rispetto la responsabilita' individuale, un concetto che in Italia non ha mai fatto grande presa.
Sara' che si ritiene di voler entrare nel merito, un'altra cosa che l'Italia lascia alla frontiera, preferendo invece dividersi su questioni di principio, su cui si possono stendere lunghi editoriali senza neanche fare la fatica di uscire di casa.
Secondo me c'e' anche il fatto che ormai si e' perso il rispetto per le manifestazioni in se': la destra non l'ha mai avuto (tranne quando c'era da mandare a casa Prodi); la sinistra l'ha lasciato negli scatoloni del passato per un'ansia d'innovazione mal indirizzata, e ormai manco lo capisce piu', cosa sia una manifestazione.
Ogni volta che ne viene convocata una, subito i commentatori di sinistra vecchi e giovani scattano in una reazione automatica, uno sbuffare, un "a cosa serve?", una sorta di disgusto verso una cosa tanto nazional-popolare e incapace di risolvere i problemi del mondo.
Senza capire che e' solo uno strumento, fra i tanti, e che a nessuno strumento da solo si puo' chiedere di risolvere, che so, di rimettere in piedi l'economia. Da solo. Da un giorno all'altro.
Alle manifestazioni si puo' chiedere solo che svolgano il proprio ruolo: mettere sul piatto un problema.
Proporre la soluzione sta a chi ha gli strumenti e la competenza per farlo.
(In altre parole, creano un terreno fertile: la semina sta ad altri, e se mesi dopo non cresce niente non vai a prendertela con il sole e l'acqua, ma con l'agricoltore.)
Chiedere ai manifestanti di fare entrambe le cose e' l'ennesimo sintomo dell'incompetenza di una classe dirigente che vuole la pappa pronta, e non sa farsi carico del proprio ruolo.
O che semplicemente pensa che il ruolo della gente sia di andare a votare ogni cinque anni, e non fare troppo casino nel frattempo.
Che poi sarebbe a sua volta il simbolo di un'altra mediocrita' della classe politica di sinistra: farsi dettare i termini delle questioni dalla destra; rinunciare ai propri strumenti e al proprio spirito per una fraintesa idea di modernita'; e poi sorprendersi quando si volta e scopre che l'hanno rimasta sola. Quei quattro cornuti dei loro elettori.

venerdì 7 ottobre 2011

La chiusura del triangolo.

Due perle, da qui:

Il giornalismo inglese, che sa raccontare un intero Paese in un titolo:



E la lingua francese, per la grande lungimiranza con cui decenni (secoli?) fa ha generato l'equivalente di "gnocca"


giovedì 28 luglio 2011

Ho fatto due etti e mezzo di diritti: che faccio, lascio?

Io su certe cose arrivo sempre a scrivere con un giorno di ritardo, e col rischio di far incazzare qualcuno quando ormai si e' passati ad altro, ma tant'e': anch'io avrei votato a favore della pregiudiziale di costituzionalita' per la Legge Concia. (Almeno da quel che so del ddl, dato che non sono riuscito a trovare il testo originale).

Intendiamoci, qui si ritiene che sul rispetto verso gli omosessuali l'Italia sconti un ritardo drammatico, una vera emergenza civile che non ha a che fare solo con gli atti di violenza che si sono moltiplicati in questi anni, ma anche con l'indifferenza e il fastidio di gran parte degli italiani verso gay e lesbiche che non si vergognano di riconoscersi come tali, e con la colpevole accondiscendenza verso i commenti indegni di molti politici in occasione dei Gay Pride.

Ma la legge Concia sarebbe una risposta sbagliata. Radicalmente sbagliata.

In parte per motivi giuridici, su cui non mi addentro piu' di tanto: non si tratta di tutelare gli omosessuali e non gli eterosessuali. Piuttosto, la Costituzione rifiuta le distinzioni di "sesso, razza, lingua, reglione, opinione politica, condizione sociale e personale" ed una legge che ne isoli una rispetto alle altre e' inevitabilmente discutibile. Pero' la questione non e' tanto questa.

Il problema e' politico, e sociale. L'idea dei diritti da assegnare per categoria e' due volte inaccettabile: perche' crea una societa' corporativa, dove il titolare del diritto non e' l'individuo ma l'appartenenza; e perche' se si sceglie la strada delle minoranze che si organizzano per se', con i gay che lottano per i gay, le donne per le donne, gli ebrei per gli ebrei, prima o poi si arriva ad una minoranza che e' troppo debole per conquistare il consenso necessario e resta privata della propria fetta di diritti.

Non e' solo una questione ideale, e' molto concreta: perche' picchiare un gay in quanto gay dovrebbe essere piu' grave che picchiare un ebreo in quanto ebreo? Non lo e' ovviamente, neanche per la Concia. Ma se si sceglie di fare un passo per volta, magari la prossima volta riusciamo a far passare una norma che protegge i gay, e con maggiore facilita' una che protegge gli ebrei, e in modo ancora piu' facile una che protegge i cristiani, o le donne, e poi? Quando si arriva ai musulmani? Secondo voi i musulmani in Italia sono forti abbastanza da lottare per una norma specifica che li tuteli dall'islamofobia? E il Parlamento, questo Parlamento, la voterebbe?
Ci si troverebbe facilmente in una situazione in cui picchiare un musulmano  in quanto tale sarebbe meno grave che picchiare un ebreo, o un gay, o una donna, o un cristiano in quanto tali. E questo e' inaccettabile per ogni persona civile, anche e soprattutto, lo so, per chi ha sostenuto il ddl Concia.

Poi secondo me e' vero che c'e' un'emergenza omofobia in Italia, ma c'e' un motivo per cui le legislazioni reattive di questo tipo non funzionano: prima o poi ci si ferma di fronte ad un'emergenza che e' considerata meno meritevole di altre, e questo genera tensioni che ci eviteremmo volentieri. (Basta pensare ad un musulmano che viene picchiato insieme ad un ebreo, e quest'ultimo pero' conta di piu'.)

L'unico modo, non il migliore o il piu' giusto, ma proprio l'unico modo di combattere l'omofobia sta nel combattere una battaglia contro le discriminazioni ideologiche, tutte e tutte insieme: perche' il rispetto per gli altri o c'e' o non c'e'.

domenica 24 luglio 2011

Genova 2001

Io non c'ero, in quei giorni, a Genova.
Non c'ero un pò per la pigrizia post-laurea, quel senso di vuoto tra l'ultimo esame e il primo cartellino, e un pò perchè mi ero allontanato dai movimenti e dall'impegno politico, dopo l'abbuffata del liceo che mi avea lasciato tante esperienze e poca voglia.
Però me li ricordo bene come tutti, quei giorni. E mi ricordo una sensazione in particolare, che non avevo mai avuto prima e di cui non avevo mai nemmeno sentito parlare: un senso di colpa civile. E generazionale.
L'idea che avrei dovuto esserci anch'io lì.
Non perchè quel movimento era parte di un percorso che era anche mio fino a qualche tempo prima: da quei percorsi si entra e si esce, e io me ne stavo costruendo un altro. E certo non perchè la mia presenza avrebbe fatto alcuna differenza: non conosco personalmente nessuno che sia finito male in quei giorni, nessuno che avrei potuto proteggere, nessuno che ho lasciato solo.
Avrei dovuto esserci perchè in quel momento, in quel posto, la mia generazione si stava facendo massacrare. Quei manganelli picchiavano su altri come me, che erano nati negli stessi anni, che avevano le stesse facce. Ci sono momenti in cui le cose vanno molto bene o molto male per una generazione, e quei momenti bisogna viverli insieme.
Avrei dovuto esserci e non c'ero proprio negli ultimi giorni in cui ci si sente davvero tutti la stessa cosa: fintanto che si è studenti, e io lo ero ancora per un pelo. Perchè poi si è lavoratori o disoccupati. Impiegati di questo o quel settore. Single. Fidanzati. Mariti. Padri. Perfino da lavoratore precario non mi sentivo parte della generazione co-co-co, e per fortuna non è nemmeno durata a lungo.
Ma studenti lo si è tutti insieme, e le giornate si scandiscono con gli stessi ritmi, ci si ritrova negli stessi posti. In classe. Per strada.
Avrei dovuto esserci, a Genova. E quel senso di colpa generazionale me lo porto appresso da anni. Mi ricordo che nei mesi successivi avevo per la prima volta paura dei poliziotti. Io che non ero mai stato nemmeno fermato, e certo non avevo la faccia o i modi da rivoluzionario. Avevo paura dei poliziotti forse anche per scontare il peso della mia assenza e appropriarmi di un pezzetto di Genova.
Quel senso di colpa l'ho ritrovato negli anni, quando sono saltati fuori i filmati, le testimonianze, i processi. E in questi giorni.
Non so se ci sia un modo di farlo passare, ed eviterei di farmi manganellare tanto per dire che anch'io le ho prese. E forse è meglio che non passi: che gravi su di noi, su tutti quelli che come me dieci anni fa erano una generazione. Così che chi fra noi si troverà sulle poltrone giuste, fra qualche anno, meglio prima che poi, possa spiegare cos'è successo davvero. E perchè.
E chiedere scusa.
A nome dello Stato.

martedì 17 maggio 2011

Lista (bipartisan) di chi non ci ha capito niente

Quelli che le primarie producono candidati estremisti che non possono vincere.

Quelli che Pisapia non puo' raccogliere i voti dei moderati milanesi. (Quelli che non hanno capito che Pisapia e' il primo dei moderati milanesi.)

Quelli che i moderati.

Quelli che senza alleanze con il centro non si puo' vincere.

Quelli che il centro.

Quelli che stavolta l'affluenza crolla.

Quelli che a Napoli dopo la monnezza Berlusconi ha gia' vinto.

Quelli che la Lega stavolta fa il pieno.

Quelli che Fassino e' il vecchio che ci condanna a sicura sconfitta.

Quelli che il candidato non conta, conta il programma.

Quelli che il candidato non conta, conta l'alleanza.

Quelli che Berlusconi e' un genio della comunicazione, ed un maestro delle campagne elettorali.

E poi quelli che "dopo le amministrative facciamo una verifica e apriamo una discussione seria."

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martedì 10 maggio 2011

I due confini (Di Osama, omosessualità e scontri di civiltà)

Sarà il caldo, sarà che ultimamente il Sudoku non mi gira bene, fatto sta che in questi giorni mi sono fatto trascinare in due discussioni online, di quelle che appena cominci a leggere sai già che fioriranno i commenti.

Una era nata da un post di Giovanni Fontana che difendeva la scelta del governo USA di non pubblicare le foto di Osama morto, con annesso un inciso per cui tanto "nessuno dei complottisti si convincerà mai".

L'altra riguardava invece il nuovo round fra Scalfarotto e Severgnini, con il primo che tornava ad accusare il secondo di omofobia perchè contrario al riconoscimento dei matrimoni omosessuali.

Mettendo insieme le due si stanno per superare i 200 commenti, ma non c'è alcun motivo di leggerli, perchè tanto è successa una cosa, una sola, la stessa in entrambi i casi: ad alcune persone che concordavano con la posizione di fondo dell'autore, ma esprimevano dubbi di merito sulll'argomentazione si contrapponeva una seconda fazione che respingeva questi dubbi come irricevibili, e rimproverava alla prima di essere sostanzialmente in mala fede, o stupida, o bigotta, o irrecuperabile (complottista nel primo caso, omofoba nel secondo).
Che poi magari andandoli a conoscere di persona è anche vero, ma quel che mi ha colpito è stata la sordità, l'incapacità di parlarsi gli uni con gli altri e di riconoscere delle argomentazioni che per una volta non erano all'insegna del cialtronismo o della pura malvagità. (Trattandosi di blog di qualità, ci si è risparmiati i troll e i piromani del pensiero che sembrano prediligere altri siti.)

Ora, dire che  in Italia si stia giocando una sorta di scontro di civiltà a bassa intensità non è certo rivoluzionario, così come riconoscere che quello stesso scontro si gioca, a volte su terreni simili a volte diversi, in altri Paesi. E chi lo dice ha ragione: c'è chi ha deciso di mettere sotto assedio la dignità della persona, la validità del pensiero logico e quel bigino di rispetto reciproco che ci siamo conquistati con secoli e sangue. Negarlo significa fare cerchiobottismo in mala fede.

Però riconoscere questo assedio non può significare vedere soltanto quello.
Ci siamo incagliati nella reazione più elementare quando si viene circondati: si tirano calci alla cieca, sperando di colpirne abbastanza da farli indietreggiare, o quanto meno da far capire che non ci si piega, e tirarla in lungo finchè succede qualcosa.
Il problema però è che fra questi due fronti, fra assedianti e assediati, non c'è il deserto. Ci sono tante persone che non la pensano come noi, ma che sono in buona fede, e ragionevoli.
E bisogna mantenere la lucidità necessaria a distinguere.

Tiriamo pure su un muro che ci separi da Sallusti ,e dalla Santanchè, e da Calderoli: staremo meglio noi, staranno meglio loro.

Però riconosciamo che al di qua di quel muro ci possono essere altri confini, e diversi: confini tracciati sulla sabbia, che possono essere attraversati, o ridisegnati. Confini che vanno affrontati con ragionevolezza e onestà intellettuale e dialettica, tendendo una mano sapendo che può essere usata per portare dalla tua parte chi sta di là, ma anche per il contrario. Perchè il bello dello scambio di opinioni è che sai come ci entri, ma non come ci esci, ed è solo per questo che funziona: se ti confronti con qualcuno con la ferma convinzione che non cambierai mai idea, ci sono buone chance che l'altra persona si comporti allo stesso modo.
E se ci incastriamo in un meccanismo del genere, poi è inevitabile che diamo dell'omofobo a Severgnini, o del cospirazionista a Leonardo.

Se giochiamo solo allo scontro di civiltà perdiamo due volte: perchè gli altri sono più cattivi, e quindi gli riesce meglio; e perchè stiamo arruolando fra le fila nemiche quella moltitudine di persone di cui avremmo bisogno per ricostruire l'Italia.

E invece dovremmo trovare la forza di essere magari minoranza, ma non minoritari.

(Come si dice qui, "dimostrarsi la parte migliore del Paese, tanto da diventare anche la parte maggiore del Paese")


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giovedì 5 maggio 2011

Complottismo: istruzioni per l'uso

Era inevitabile. Appena arrivata la notizia della morte di Bin Laden è scattato il riflesso condizionato: chissà cosa diranno ora i complottisti? E giù battute su cosa si inventano questi ora, e poi tutti a prendere in giro Giulietto Chiesa. E in effetti, chi non si diverte a prendere in giro Giulietto Chiesa? E perchè non farlo, poi?

Poi però, passate le risate, dovremmo tornare a fare gli adulti e a trattare la questione con serietà e rispetto. Se ci sono delle persone ragionevoli che sollevano qualche dubbio, l'ultima cosa che dovremmo fare è metterli all'indice e prenderli per pazzi, se non altro perchè non si è mai dimostrato un modo efficace per far cambiare loro opinione.
E siccome alcuni di loro ce l'avrebbero davvero la voglia di cambiare opinione, ma chiedono anche di essere trattati da adulti, che non è poi 'sta gran richiesta, ecco qualche istruzione per l'uso di puro buon senso.

1. I complotti esistono. La storia dell'uomo ne è piena: complotti riusciti e complotti falliti; complotti intelligenti e complotti stupidi (di questi poi, siamo pieni!); complotti orditi da bieche dittature e complotti orditi da moderne democrazie. Questi sono fatti, e c'è poco da discutere: l'atteggiamento di chi rifiuta pregiudizialmente un complotto è scorretto tanto quanto quello di chi lo assume pregiudizialmente. Magari più carino e meno ridicolo, ma ugualmente scorretto.

2. Esistono anche i despistaggi, le coperture, le omissioni, le manomissioni, e poi gli errori, l'incompetenza, le distrazioni. Questo per dire che raramente gli eventi si svolgono perfettamente in un senso o nell'altro, e c'è spazio per situazioni confuse che presentano carenze, incongruenze, incertezze.

3. Chi si accorge di queste incongruenze e solleva delle domande non può automaticamente essere tacciato di complottismo. Di più: non si può nemmeno pretendere che fornisca una risposta alternativa. L'atteggiamento per cui "se secondo te non è andata così, allora devi darmi un'altra spiegazione" è tanto infantile quanto diffuso, soprattutto in un Paese che ha poca cultura scientifica. Il metodo scientifico prevede infatti di sollevare dubbi e studiare le incongruenze senza sapere dove ti portino, e senza necessariamente formulare ipotesi alternative. Di più: se anche le ipotesi alternative dovessero poi dimostrarsi scorrette, le incongruenze da cui sono partite restano tutte. Chi invece pretende lo scenario alternativo bello pronto commette lo stesso identico errore dei complottisti: parto dalla risposta, e cerco i fatti per supportarla.
Nel caso della morte di Osama, l'incongruenza è la mancata presentazione di prove fisiche, come fatto invece in passato. La giustificazione offerta riguarda l'opportunità della pubblicazione, e dato che questa stessa preoccupazione non si è manifestata ad esempio nel caso di Saddam, qualche dubbio legittimo può venire.

4. L'unico modo di verificare l'attendibilità di una tesi è affrontarla nel merito. Si guarda quindi alle prove documentali, sapendo che le cose assolutamente false (le tette di Pamela Anderson) e quelle assolutamente vere (l'inevitabile attrazione di Vucinic per la palla in tribuna) sono estremi rari, e che in mezzo c'è una distribuzione di maggiore o minore probablità. Le prove documentali ti permettono di spostarti lungo quest'asse inseguendo Vucinic (per poi magari raddrizzargli il piede, se capita...).
Nel caso in questione, una foto potrebbe essere una prova sufficiente, perchè è coerente con quanto fatto in passato, e perchè manipolarla e poi distribuirla rappresenterebbe un rischio troppo grosso: per smentire la tesi ufficiale basterebbe dimostrare che quel documento è un falso, come nel caso del Nigergate. Se non si volesse distribuire una foto perchè troppo cruenta, si potrebbe presentare un resto organico (un capello, un'unghia) insieme ad un'esame del DNA.

5. In assenza di prove documentali, si va sulla fiducia. E qui le cose si fanno difficili, perchè la credibilità è una risorsa dal valore soggettivo e deperibile. Per chiarirci, se un domani Berlusconi annunciasse, magari il giorno prima delle elezioni, la cattura di Matteo Messina Denaro ed il suo trasferimeto in una località segreta dove scontare l'ergastolo, senza però produrre alcun video o alcuna foto, magari per non urtare la sensibilità dei suoi parenti, saremmo tutti disposti a credergli sulla parola? Io qualche dubbio ce l'avrei, e soprattutto mi aspetto che ce l'abbiano i media. Perchè è il loro lavoro.
Nel caso specifico, si può scegliere di fidarsi di Obama perchè finora la sua amministrazione è stata onesta e perchè il rischio che correrebbe nel giocarsi la credibilità è superiore all'interesse per un'eventuale fabbricazione. Però è un terreno scivoloso, perchè si regge sulla fiducia che ciascuno di noi ha nell'amministrazione USA, e solo su quella. 




Ecco, questo mi sembra un modo adulto ed efficace di dialogare con chi solleva dubbi ragionevoli. Questa invece è una lista di argomentazioni trovate qua e là che non stanno in piedi:

Variante naive: Non puoi non credere all'Amministrazione USA perchè: a) è un Paese democratico; b) è un Paese con la libera stampa; c) ci sono troppe persone per coprire un complotto. In teoria, forse. In pratica ci sono esempi di complotti, depistaggi e manomissioni che sono stati portati avanti da vari governi democratici, fra cui quello italiano e quello americano. La verità prima o poi tende a venir fuori, ma può passare parecchio tempo. E la fanno venire fuori proprio quelli che dubitano e che vengono fatti passare per complottisti.

Variante Brusca (aka come fai a credere a uno che scioglie un bambino nell'acido?): Tra la parola del Presidente di un Paese democratico e quella di qualche terrorista, devi credere al primo. E perchè? Un governo democraticamente eletto può avere ragioni di mentire (magari per fini rispettabili come evitare il panico) così come uno stragista può non averne. E' successo, continuerà a succedere.

Variante simmetrica: Se la tesi ufficiale non ti convince, me ne devi fornire un'altra. Non necessariamente. Come spiegato, questo è il contrario del metodo scientifico, e commette lo stesso errore dei complottisti, quello di pretendere una risposta a monte dei fatti. Prima si notano delle incongruenze, poi le si approfondisce, poi si vede dove si va a parare, e solo alla fine si può offrire un'ipotesi alternativa. Se vi sta bene, questo lavoro possiamo farlo insieme. Se no andate pure da un'altra parte, perchè il vostro contributo non è costruttivo.

Variante filosofica: "Se dubiti della versione ufficiale perchè non ti convince fino in fondo, allora devi dubitare di tutto, perchè niente è dimostrabile con certezza, e domani il sole potrebbe non sorgere". A questa non varrebbe nemmeno la pena di rispondere, ma proviamoci: come sempre, bisogna entrare nel merito della questione, per poi distribuirla su una scala di probabilità. Secoli di prove documentali e studi astronomici che fondano su basi scientifiche pongono il sorgere del Sole nell'ambito delle sostanziali certezze. Ora mettiamoci a studiare le prove documentali dell'argomento in questione.

Variante benaltrista: "Qualunque documento producessero, qualcuno potrebbe dire che è finto o insufficiente, e quindi tanto vale non produrne nessuno". Si e no: dipende dal documento. Evidentemente, se si produce un documento irrilevante i dubbi non passano. Ma la scelta di produrre un documento rilevante è significativa in sè, perchè ci si espone al rischio, nel caso sia un falso, che venga smascherato; rischio che invece non si corre limitandosi a dire "è così perchè è così". Poi, certo, ci sono stati casi in cui sono stati presentati documenti che poi sono risultati falsi. Ma proprio per questo bisognerebbe insistere perchè sempre, in ogni caso, si condivida tutto ciò che si può, fatte salve le considerazioni di opportunità.

Variante cui prodest: "L'ipotesi di complotto non regge perchè il governo non avrebbe interesse all'evento". A parte che la valutazione degli interessi è sempre un esercizio rischioso sia perchè gli interessi sono spesso poco conosciuti sia perchè non è raro che le persone e le istituzioni compiano scelte contro il proprio interesse, nel caso in questione questa tesi non regge: dopo dieci anni in cui hanno speso miliardi per inseguire un vecchio senza successo e con l'intenzione di lasciare a breve l'Afghanistan, l'amministrazione Obama aveva tutto l'interesse a far fuori Bin Laden. Detto questo, il cui prodest è l'arma retorica tipica dei complottisti ed è giustamente ridicolizzata: non si capisce perchè invece dovrebbe essere accettabile per gli anticomplottisti.


Variante Qui, Quo, Qua: "Devi crederci perchè oltre a Obama l'ha detto anche il Portavoce della Casa Bianca, l'ISI Pakistano e la famiglia di Bin Laden (così è stato dichiarato da Obama). Anche detta "Variante del ti prendo per fesso". E' evidente che se non mi basta la parola di Obama quando parla per sè, non mi basta nemmeno quando parla per altri, nè quella di qualcuno che lavora per lui, nè di chi condivide lo stesso interesse strategico. (In questo momento, il Pakistan.)


Questi sono alcuni esempi, e mi fermerei qui. Però inviterei tutti a tenere un atteggiamento più maturo e rispettoso: se non perchè ci si crede, quanto meno perchè conviene.

Dopo l'11/9 ero andato a studiarmi un pò di rapporti, e qualche dubbio mi era venuto: non pensavo certo che fosse un inside job, ma ritenevo possibile che alcuni particolari fossero stati omessi o che ci fossero stati dei depistaggi, per motivi (assolutamente legittimi) di sicurezza nazionale. In modo molto ingenuo ho provato a capirne di più seguendo i dibattiti, e mi sono trovato schiacciato fra i cospirazionisti apocalittici e i puristi a prescindere, che riproponevano il solito canovaccio italiano: amerikani contro terzomondisti, guerrafondai contro pacifisti, senza mai affrontare le questioni in modo laico.
Ovviamente è finita che mi sono tenuto i miei dubbi,e non li ho abbandonati finchè qualcuno non si è degnato di tirarsi su le maniche e offrire considerazioni di merito (ovviamente su internet, per parlare del ruolo insostituibile dei giornali...)
Se non l'avessero fatto perchè "tanto i complottisti non cambiano mai idea", io, che non sono Giulietto Chiesa, mi starei ancora tenendo i miei dubbi.

E fossi solo io, sarebbe niente. Il problema è che gli Stati Uniti hanno speso una barca di soldi per una commissione di inchiesta sull'undici settembre richiesta dai parenti delle vittime per far luce sui dubbi, e con ogni probabilità se la sarebbero potuta risparmiare se questi dubbi li avessero affrontato subito: nel merito, e con meno spocchia.


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mercoledì 16 marzo 2011

Due parole sul nucleare

Chi volesse capire qualcosa di più su ciò che sta succedendo davvero in Giappone, versante nucleare, può leggere i post chiari ed esaustivi di Amedeo Balbi e m.fisk 
Chi non volesse capirci niente invece può scegliere un qualsiasi quotidiano italiano, a partire da Repubblica.

Per quanto mi riguarda, penso una cosa molto semplice: quel che è successo in Giappone non dovrebbe farci cambiare di una virgola la nostra posizione sul nucleare, qualunque essa sia. Quanto meno sul nucleare in Italia.

Le centrali che stanno collassando sono del tipo progettato 50 anni fa e costruito 30 anni fa, e non sono quelle che il governo fa finta di voler autorizzare in Italia. Queste ultime, quelle moderne, stanno reggendo bene.
Come se non bastasse, non è stato il terremoto in sè a causare il collasso, ma la combinazione di terremoto e tsunami: e le probabilità di uno tsunami nel Mediterraneo sono francamente pochine.
Quindi sono d'accordo con chi dice che c'è poco da strumentalizzare il disastro di Fukushima per alimentare la paura.

Detto questo, resto radicalmente contrario all'idea del nucleare in Italia, come prima e per le stesse ragioni di prima: cioè perchè cosa si fa è solo metà della storia, e chi lo fa è l'altra metà.
In Italia ci sono zone incapaci di gestire la raccolta della spazzatura normale, la criminalità organizzata prende i rifiuti chimici del Nord e li trapianta un pò ovunque al Sud, e la Casa dello Studente dell'Aquila era stata costruita secondo le regole, salvo accartocciarsi per un terremoto non irresistibile.
Le uniche Regioni in cui mi fiderei di far costruire una centrale nucleare sono l'Emilia Romagna e il Trentino-Alto Adige, e hanno già detto che non se ne parla nemmeno. Per il resto, l'Italia non presenta le garanzie minime di affidabilità, ed è questo prima di ogni altra cosa Il Problema.

E l'obiezione per cui se si continua a ragionare così non si combina mai niente è francamente parecchio naif e confonde causa ed effetto: prima si ricostruisce una cultura di responsabilità e serietà, e poi si investe sui grandi progetti. E se proprio vogliamo correre qualche rischio per darci l'opportunità di dimostrare che ce la possiamo fare, eviterei di farlo sul nucleare.
Perchè è vero che un bambino non cresce se non comincia ad interagire con l'ambiente: ma non è che per questo gli do in mano un'Audi R8 e un lanciafiamme.

Purtroppo l'Italia è regredita ad uno stadio infantile. E per questo le mie due parole sul nucleare post-Fukushima sono: come prima.


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lunedì 14 febbraio 2011

Zeitgeist


Non ho ancora trovato niente che descriva la deriva grottescamente cialtrona dell'Italia meglio di questo video.

venerdì 11 febbraio 2011

giovedì 27 gennaio 2011

Extraordinary rendition all'italiana

Io le dimissioni di Berlusconi non le volevo, ma mi sembravano e mi sembrano comunque inevitabili.
Anche a credergli.
A maggior ragione, a credergli.

Perche' c'e' un Presidente del Consiglio che conosce una ragazza che afferma di essere la nipote di un Capo di Stato straniero, e quello non solo le crede sulla parola, senza chiedere alla Farnesina e ai Servizi di fare qualche controllo, ma addirittura non trova di meglio da fare che invitarla a casa propria per delle serate riservate.
(Pagandola pure...)

Quando poi scopre che e' stata arrestata per furto, manda a prenderla una Consigliere Regionale ed una prostituta. Senza allertare il Ministero degli Esteri, degli Interni, o i Servizi.
Ne' l'Ambasciata del Paese d'origine della ragazza. Che ora si scopre minorenne. Oltre ad essere nipote di Capo di Stato. Arrestata per furto.

Ora leggo che anche qualcun altro trova la cosa ridicola.


Update: E ora se ne vantano anche... Che se per evitare di far offendere Mubarak, questo manda a prendere sua figlia minorenne un'ex ballerina e una mignotta, figurati cos'avrebbe fatto con la nipote di Lula!

giovedì 20 gennaio 2011

Cosa chiedere a chi

Visto che in questi giorni e' ripartito il riflesso automatico delle "dimissioni perche' cosi' non si puo' andare avanti", mi sembra opportuno fare un po' di chiarezza su cosa sia giusto chiedere a chi. E farlo in modo articolato, perche' gli attori in gioco sono tanti, e diversi.

Ai magistrati non si puo' chiedere nulla, se non di fare il proprio dovere. In Italia c'e' l'obbligatorieta' dell'azione penale, e dato che ci sono due ipotesi di reato (concussione e prostituzione minorile) la procura si deve muovere. Qualsiasi timore o speranza che con la propria azione i magistrati mandino per aria il governo e' solo sintomo della mediocrita' della politica. Poi ci sono le fughe di notizia, ma in questo caso e' stata la Giunta della Camera a dimostrarsi piu' efficiente di Wikileaks. La magistratura risponde solo al diritto, non all'opinione pubblica: e non ha senso chiedere alcunche' a chi non puo' ne' deve risponderti.

A Berlusconi, oggi, non si puo' chiedere di dimettersi, se non per sport: dei due possibili reati, uno era stato candidamente ammesso mesi fa, e non si vede cosa sia cambiato oggi, l'altro e' tutto da dimostrare. Quel che resta e' una questione di rilevanza morale: che non e' poco, e difatti e' giusto che se ne discuta pubblicamente; ma non e' nemmeno tale da rendere illegittima la permanenza di Berlusconi a Palazzo Chigi. Al di la' del fatto che nessuno fino a ieri pensava al Cavaliere come a una specie di Santa Maria Goretti brianzola, e' vero che c'e' un problema di coerenza fra le sue scelte private e la piattaforma politica su cui ha chiesto voti, dal Family Day alla lotta alla prostituzione, ma sui temi di coerenza politica si esprimono gli elettori.

Ai giornali si deve chiedere di documentare tutte le notizie di rilevanza pubblica: non una di meno, e non una di piu'. Che significa: pubblicare le informazioni riguardanti Berlusconi che evidenziano un'incoerenza fra la piattaforma su cui ha preso i voti ed i suoi comportamenti effettivi, oltre a quelle riguardanti ipotesi di reato con un quadro probatorio significativo; pubblicare le informazioni riguardanti Nicole Minetti che possano mettere in relazione i suoi comportamenti privati con la sua carica pubblica (non perche' gli elettori lombardi abbiano diritto di sapere se la Minetti e' una prostituta, ma perche' hanno diritto di sapere se e' stata candidata in un listino bloccato in quanto prostituta); pubblicare le informazioni riguardanti altre persone, nella misura in cui aiutano a comprendere gli eventi, ma omettendo i nomi di chiunque non abbia rilevanza pubblica. E sia chiaro che si ha rilevanza pubblica non quando si e' genericamente famosi, ma quando c'e' un rapporto di rappresentanza di interessi fra un individuo e la societa'.

Al PdL si puo' chiedere di invitare Berlusconi a farsi da parte, ma per una considerazione di convenienza elettorale: se la vera questione e' l'incoerenza fra comportamenti e promesse elettorali, la preoccupazione conseguente e' di perdere voti. Significa che gli unici a poter ragionevolmente portare avanti questa richiesta sono gli elettori di centrodestra. E qualcuno in effetti lo fa...

Al PD si puo' chiedere prima di tutto di offrire un'alternativa: se l'unica questione in campo ora, in attesa di sviluppi giudiziari, e' il tradimento del patto fra elettori e leadership del centrodestra, e' paradossale che a chiedere le dimissioni sia il centrosinistra. Bersani si faccia furbo, e trovi il modo di offrire una sponda a chi non impazzisce all'idea di un premier puttaniere, ma non sa da che altra parte guardare. Prima che lo faccia Beppe Grillo, per poi  mettersi a starnazzare sull'antipolitica senza capirci una mazza...

Sempre al PD si puo' chiedere di evitare grottesche mobilitazioni in difesa della dignita' femminile: questa non e' una lotta fra generi, una contrapposizione fuori tempo massimo fra un Satrapo assatanato ed una comitiva di vergini costrette al sacrificio. Lo squallore delle ragazze che fanno a gara per avvinghiarsi al ricco bavoso in cambio di buste di contanti con cui comprarsi scarpe e borse e' pari, se non superiore, alla tristezza di un vecchio che vive di patetiche e decadenti illusioni. Ed e' anche piu' pericolosa: perche' non c'erano ricercatrici precarie senza opportunita', fra quelle ragazze, o madri single che si sacrificavano per portare un tozzo di pane alle figlie. C'era un pezzo della generazione che dovrebbe rilanciare l'Italia, che ha scelto consapevolmente di non investire su un futuro produttivo per se' e per il Paese, ma di monetizzare quel che si ritrova fra le gambe, fintanto che puo' farlo. (Peraltro, talvolta con il sostegno attivo dei genitori, che non viene nemmeno piu' da chiedere "E se fosse vostra figlia...?" per paura della risposta.)

Alla Chiesa non si deve chiedere nulla. Perche' non e' che possa diventare un interlocutore a piacere: se si ritiene che non vada inseguita sul testamento biologico, allora la stessa cosa vale per Ruby. Fermo restando che puo' dire quel che vuole, su cio' che vuole, quando vuole.

A noi stessi dovremmo chiedere di non perdere di vista alcuni principi fondamentali, nemmeno per mandare a casa la piu' grande vergogna dell'Italia repubblicana: di motivi legittimi per pretendere le sue dimissioni ce ne sono stati fin troppi, dalla corruzione all'esercizio attivo di conflitto di interessi alle ripetute dimostrazioni di analfabetismo democratico e istituzionale. Ma andare a puttane e', fatta salva la prostituzione minorile tutta da dimostrare, una questione di coerenza morale: e su questo si esprimono gli elettori. (Almeno finche' Berlusconi non decidera' di retribuire le ragazze con beni di interesse pubblico: ma a quel punto si tratta di concussione e abuso d'ufficio.)
Ne' possiamo pretendere le dimissioni per paura del danno d'immagine: la sovranita' appartiene solo agli elettori, ed e' bene per tutti che sia cosi'. Se no cosa risponderemmo a chi domani dovesse dirci che, pur legittimato dal voto, un Nichi Vendola non potrebbe essere Premier perche' non avrebbe la fiducia dei mercati? E che magari come omosessuale non sarebbe un interlocutore accettabile per gli stati arabi che ci forniscono il petrolio?
Poi certo che l'immagine dell'Italia ne risente, ma non e' che fino a ieri stessimo poi tanto meglio, e usciremo dal ridicolo solo quando ci renderemo conto che Berlusconi e' un problema che abbiamo creato noi e noi dobbiamo risolvere, senza sperare in qualche salvifico vincolo esterno.


Insomma, tutto questo per dire che, in sostanza, non e' successo nulla.

A meno che gli eredi Berlusconi non si domandino se sia il caso di farlo interdire (il che magari ci risparmierebbe di venire a sapere solo dopo la morte che una carica istuzionale non ci sta piu' con la testa). E viste le cifre che girano, dovrebbero cominciare a pensarci seriamente...

martedì 18 gennaio 2011

E io invece le dimissioni di Berlusconi non le voglio.

C'era chi, di fronte alle inchieste degli anni passati, diceva che non era quella la strada per sconfiggere Berlusconi, che lo si doveva mandare a casa per i suoi fallimenti politici e non per i guai giudiziari. 
E al di la' della bizzarria dell'argomentazione, che stabiliva un'equivalenza fra compiti e obiettivi della magistratura e dell'opposizione che neanche nei sogni piu' bagnati di Belpietro, io pensavo che si, qualche ragione ce l'avevano, ma era in ballo una questione piu' importante: difendere il principio, per niente astratto, che non puoi avere una carica pubblica se corrompi magistrati e avvocati. 
Non hai senso dello Stato, e non ti si puo' affidare il Paese. Tutto qua.

Per cui figuriamoci se non riconosco le ragioni di chi oggi dice che la misura e' colma, e si devono pretendere le dimissioni del Presidente del Consiglio: Civati, Sofri, Cundari, per dirne tre che ben argomentano la richiesta da punti di vista complementari.

Pero' io non  le voglio, oggi, le dimissioni di Berlusconi. E' troppo facile.

Non puoi corrompere giudici e avvocati, circondarti di una cricca di criminali e incompetenti, sbagliare sistematicamente ogni scelta di politica economica, affidare il governo del tuo e del nostro Paese a inetti presi letteralmente per strada, farci rappresentare in Europa da una comitiva di veline, fabbricare emergenze mediatiche impippandotene di quelle vere, svendere la dignita' internazionale dell'Italia al miglior offerente, stracciare ogni forma di decoro istituzionale, sfasciare il clima culturale del Paese, inventare una guerra civile a bassa intensita' per impaludare l'Italia in uno stagno fangoso lungo vent'anni, e poi andartene a casa per una scopata di troppo.

E' troppo facile cosi'.


Ed e' pericoloso per tutti noi. Per chi deve rimettere insieme i cocci senza piu' Berlusconi, ma con il berlusconismo bello intatto, che non e' costretto a fare i conti con le propria meschina e vigliacca mediocrita'.
Come se fosse davvero per colpa di qualche ragazza disponibile che l'Italia e' andata a puttane.
Sarebbe un bell'alibi per Berlusconi, e per i Berlusconiani, e per chi in questi anni ha aderito o non ha impedito la deriva cialtrona del Paese.
Sarebbe un alibi troppo facile. E troppo pericoloso.

giovedì 22 aprile 2010

Una mappatura semiotica della politica italiana

Qualcuno che non ricordo da qualche parte che non riesco a ritrovare suggeriva che il vero conflitto in Italia non sia fra destra e sinistra, ma fra innovazione e tradizione. L'ipotesi in sè mi convince poco, sia perchè rischia di produrre equivoci, sia perchè nel caso specifico ho difficoltà ad individuare nell'Italia di oggi la fazione dell'innovazione, ma mi sembra comunque uno spunto interessante per un'analisi un pò diversa dalle solite.
Ho pensato quindi di prendere a prestito il quadrato semiotico, che offre una chiave di lettura solida ed al tempo stesso duttile, e di costruire una mappa di posizionamento dei soggetti politici italiani a partire dal concetto di "modernità" (che ha caratteristiche di valore, mentre l'innovazione è un processo).
Per chi non avesse familiarità con Greimas, rimando a Wikipedia, ma queste poche righe di spiegazione dovrebbero essere sufficienti a capire i criteri di classificazione.
Partendo da "moderno", si individua il termine contraddittorio in"tradizionale" (= non moderno)
"Tradizionale" implica il concetto di "archetipico" (le cose come dovrebbero essere "secondo Natura"), che ha un rapporto di contrarietà a "moderno"
Per finire, "archetipico" è in rapporto di contraddizione con "industriale" (le cose come fatte dall'uomo), che implica "moderno".






Su questa mappa sono andato a posizionare i soggetti politici italiani, sulla base delle loro attuali piattaforme, dei valori, dell'immagine veicolata e del percepito. 
Ne escono considerazioni interessanti, fatte salve due premesse: la prima è che è il processo di posizionamento è inevitabilmente arbitrario, seppur fondato su elementi ragionati che riporto in sintesi; la seconda è che ho preso in considerazione solo il rapporto con la modernita', senza pretendere di riassumere l'intera identita' degli attori oggetto d'analisi. 
Per questo motivo ci sono PdL, Lega, UdC e PD, oltre alla Chiesa (che e' indiscutibilmente un soggetto politico) mentre manca ad esempio Di Pietro, il cui rapporto con modernita' e tradizione e' indefinibile, e gia' questo e' significativo.
(Manca anche la sinistra extraparlamentare perche' marginale ed eterogenea: a titolo di nota, si andrebbe da Rifondazione e Pecoraro Scanio in basso a destra a Vendola nella direzione opposta)




Il soggetto più interessante è la Lega, che ha consolidato con gli anni un profilo di partito tradizionale, del genius loci e dei bei tempi andati. In questo modo e' stata in grado di raccogliere consenso su tutti i temi in cui la modernita' solleva aspetti critici, dall'immigrazione all'export agli OGM.
Negli  ultimi anni poi la difesa delle origini e' diventata una rivendicazione pre-politica ("Padroni a casa nostra"), un principio da difendere a prescindere dalle considerazioni di merito. In questo modo sta schiacciando l'acceleratore verso una posizione di contrarieta' aprioristica alla modernita', in difesa delle "cose fatte secondo Natura" (dall'agricoltura alla sessualità).


Non a caso si trova spesso a fianco della Chiesa, che rappresenta il soggetto anti-moderno e archetipico per eccellenza: non solo e non tanto in quanto istituzione millennaria, ma perche' custode di una Verita' trascendente e pre-storica. Questo spiega, fra le altre cose, il conflitto in cui si trova la Chiesa tutte le volte in cui l'irrompere della modernita' chiama in causa l'adesione ai valori del Vangelo, come nel caso dell'immigrazione: scatta un corto circuito per cui l'istituzione che rappresenta la continuita' ritiene di non potersi permettere di invitare i fedeli a cambiare punti di vista e abitudini. D'altronde, chi e' portatore di una Verita' che e' sempre stata e sempre sara' come puo' farsi influenzare da cio' che e' oggi?


Per continuità ideologica arriviamo all'UdC, che sta lì dove si deve trovare per DNA cattolico e democristiano e dove nessuno ha bisogno che stia. I fantomatici moderati italiani hanno a disposizione partiti ben più consistenti ed altrettanto entusiasti di difenderne le radici tradizionali, ed in compenso questo ancoramento all'identità cattolica, intesa come difesa delle forme cristiane e non dei valori evangelici, impedisce a Casini di giocare il ruolo di terza forza propulsiva in grado di rilanciare laicamente i temi su cui i partiti principali non sanno o non vogliono impegnarsi, o assumono posizioni pregiudiziali. (a differenza di Clegg in Inghilterra)


Il PdL crea qualche problema in più, perchè la coerenza non è propriamente un tratto distintivo di Berlusconi. Nel complesso credo che il partito offra una sintesi, spesso incoerente, fra l'istinto del fondatore e le tendenze cattolico-tradizionaliste dovute in parte al retaggio di alcuni suoi componenti ed in parte a calcoli elettorali. Se queste ultime spingono il partito verso le posizioni più retrograde sui temi etici, è anche vero che per Berlusconi il tempo si è fermato agli anni '80, e non a caso la sua visione politica è fatta di liberismo reaganiano e ossessione dei comunisti. Se consideriamo che quella è stata l'ultima fase di modernizzazione del Paese e che Forza Italia aveva inizialmente imbarcato alcune forze genuinamente interessate ad attrezzarsi per il futuro, otteniamo un posizionamento quasi centrale, seppur soggetto ormai da anni ad una crescente forza di gravità tradizionalista.
In questo processo è evidente che le ambizioni modernizzatrici di Fini siano abbastanza velleitarie: al di là degli avvenimenti di questi giorni, i suoi ripetuti tentativi di dare al PdL un profilo di destra europea sono in contraddizione con il percorso compiuto dal partito e dalla coalizione.
Non a caso insieme ai temi di merito Fini pone il problema del rapporto con la Lega, che sta da tutt'altra parte. Il problema è che lì dov'è la Lega sta bene, raccoglie consenso, e più evolverà da "sindacato del Nord" a "sindacato degli italiani" più si incardinerà su valori di opposizione alla modernità. 
Sempre che non cambino gli italiani, e qui arriviamo al partito che dovrebbe darsi quest'ambizione. 


Il PD è legato a valori industriali non perchè operaio, ma perchè è ancora un partito del Novecento per uomini e chiavi di lettura della società. (Ma non più per capacità di mobilitazione). Gli è nata la modernità intorno senza che se ne rendesse conto, e per questo ha un ritardo storico nel capire il precariato, l'immigrazione, il rapporto fra diritti individuali e tradizioni collettive, e tutti i temi posti dal XXI secolo.
Non avendoli capiti, non è stato in grado di fornire agli italiani una chiave d'interpretazione diversa da quel ripiegamento nel proprio ombelico e in un passato più facile proposto dal centrodestra.


C'è di buono che l'opportunità per il PD è chiara: c'è uno spazio politico a disposizione di una forza moderna, di cui l'Italia ha un disperato bisogno.
Se nessuno mette in luce le opportunità della contemporaneità, gli italiani continueranno a rifugiarsi nella rassicurazione seducente delle tradizioni di cortile. E lì non c'è storia, vincono gli altri. E lasciamolo pure, quello spazio.
Non è lì che si fa il futuro. Non è lì che si costruisce un Paese più forte.


E' in quello spazio dove oggi non c'è nessuno che si va oltre il precariato. 
Che si trova il modo di competere nell'economia della conoscenza.
Che si conciliano le libertà e le responsabilità individuali.


Ma lì non ci si va con l'UdC, che per ragione sociale sta da tutt'altra parte.


Lì ci può andare solo il PD, perchè quel passaggio è già implicito nel suo percorso logico.
E ci può andare con quella parte d'Italia che non gli chiude gli occhi di fronte al XXI secolo, ma ha l'ambizione e la lucidità di abbracciarlo.

martedì 13 aprile 2010

Emergency, l'Afghanistan e le opinioni a distanza


Sui blog e su Friendfeed si e' discusso parecchio in questi giorni dell'arresto dei tre operatori italiani di Emergency in Afghanistan, e a seguire inevitabilmente di Emergency, della situazione afghana, di Gino Strada. Lo si e' fatto con toni anche accesi, e con una radicalita' e un tasso di certezza a mio parere inconciliabili con una situazione confusa, di cui inevitabilmente si sa poco, e quel poco e' sospetto.

Detto questo, qualche opinione sono riuscito a farmela:

  1. Siamo governati da dei cialtroni talmente cialtroni che di fronte alla minima scusa per poter attaccare un avversario politico interno (peraltro gia' preso a schiaffi alle elezioni due settimane prima), perdono qualsiasi consapevolezza delle proprie responsabilita' istituzionali. Senza capire che le nostre beghe di cortile fuori confine non sono neanche prese in considerazione, e che se in queste occasioni non dimostri di saper difendere i tuoi cittadini e i tuoi interessi con forza, e' il Paese tutto ad uscirne indebolito. E fin qui nulla di nuovo.
  2. Trattandosi di personale che fornisce un servizio alla comunita' accusato di complicita' con il terrorismo, non si puo' liquidare la questione affidandosi al codice penale. Questo anche nel caso in cui un codice penale decente ce l'avessero in Afghanistan, e non ce l'hanno. E' una questione geopolitica, e segue regole e aspettative diverse. Dichiarazioni come "aspettiamo il pronunciamento della magistratura", perfettamente ragionevoli all'interno dei propri confini, in questo contesto significano che l'Italia si lava le mani del destino dei propri cittadini.(Salvo poi rettificare. Su Facebook.)

    Piaccia o no, illudersi di poter prendere una questione geopolitica e trattarla a norma di un diritto internazionale inesistente e', appunto, un'illusione. 
  3. Nel merito, le accuse di complicita' attiva in atti terroristici mi sembrano ridicole, ma questo non significa necessariamente propendere per le ipotesi di complotto. Non perche' "se le autorita' volessero chiudere l'ospedale potrebbero farlo come hanno fatto i talebani" (se chiudo d'autorita' sono dalla parte del torto; se ci trovo delle armi, formulo delle accuse e di conseguenza lo chiudo, sono dalla parte della ragione. Se poi mi va bene lo chiudono direttamente loro). Ma perche' la situazione sul campo e' un casino, gli ospedali sono strutture che non si possono permettere i check point degli aeroporti, ed un modo per nascondere delle armi in una struttura meno soggetta a controlli rispetto al resto del territorio lo si trova sempre.
  4. Proprio perche' e' una questione complessa, non se ne puo' discutere, come accade regolarmente in Italia, a prescindere dai fatti. Chi non sa aspetti, e prima di formarsi un'opinione chieda delucidazioni a chi sa. Come ad esempio il generale Mini.
  5. Detto questo, si puo' discutere di tutto, anche della scelta di Emergency di non schierarsi con nessuno, di non registrarsi con Isaf e di operare chiunque, che sia una vittima innocente o meno. Ma se ne discuta sapendo che e' questa scelta che permette ad Emergency di operare in contesti in cui nessun altro potrebbe andare.
  6. Si puo' discutere anche di Gino Strada, e del suo pacifismo radicale, e delle sue dichiarazioni di oggi e di ieri. Ma lo si faccia con il rispetto dovuto ad una persona che ha scelto una professione eticamente difficile, e che ogni giorno si trova a vivere sulla propria pelle dilemmi con cui noi non ci dobbiamo mai confrontare, ma che ci illudiamo di saper risolvere con comodo dal salotto di casa. E soprattutto non gli si chieda cio' che non dovremmo chiedere a nessun medico: di appoggiare la guerra.

domenica 14 marzo 2010

I bei tempi trapassati

Bombolo, lo yogurt, e Mancini che si lamenta del sistema dopo che in un colpo solo si è ritrovato in regalo uno scudetto e il secondo giocatore più forte della Serie A.
Ma soprattutto non sopporto Sofia Loren.
O meglio, non sopporto quel servilismo provinciale con cui ne abbiamo stuccato il ricordo, per cui le rare volte che torna in patria rappresentiamo la discesa della Divina fra i poveri compaesani adoranti, e per come se ne parla sembra che gli adolescenti di mezzo mondo la celebrino con quotidiani e adoranti gesti amanuensi. Come se vivessimo in un mondo senza Megan Fox, per dire.
Quando alla fine si tratta di una pensionata che mezzo secolo (no, dico, mezzo secolo fa!) era bona, e lo era per i canoni di mezzo secolo fa (tipo che se anche tornasse com'era, gli adolescenti continuerebbero a perdere diottrie per Megan Fox), e ne ha approfittato per sistemarsi negli Stati Uniti e godersi una vecchiaia tranquilla.
Per cui non può che farmi piacere leggere cose così:

"Ne ho visti dieci secondi scarsi, in ogni caso ritengo che la fiction su/con Sofia Loren di Rai1 sia uno dei più grandi furti della Storia della Rai, e ho detto tutto. No, dirò ancora qualcosa. Nei dieci secondi che ho visto c'era Sofia Loren, com'è oggi, che interpretava sua madre, negli anni Cinquanta; e c'era Paolantoni che sbavava per lei. Paolantoni che sbava per una settantenne-e-qualcosa in prima serata, senza bollino rosso, senza Gialappa, con un chroma key che faceva i brividi per quanto era fatto male, no, aspetta, forse era un brivido di nostalgia per il chroma key di Ralph Supermegamaxieroe."
 Leonardo (su Piste)

giovedì 3 dicembre 2009

Ivy League de noantri

A me quel che colpisce di piu' di questa vicenda e' che si possa diventare vicepresidente del CNR in virtu' di una cattedra in Storia Moderna all'Universita' di Cassino e come coordinatore di corso di laurea all'Universita' Europea di Roma. (Quest'ultima ancora in attesa di approvazione ministeriale come universita' cattolica non statale legalmente riconosciuta).

martedì 1 dicembre 2009

Poi uno dice noi italiani siamo creativi...

Come promuovono la lettura in Nuova Zelanda (quel posto in culo al mondo che conosciamo solo per aver ospitato Il Signore degli Anelli):




E come la promuove il Paese che "noi italiani siamo creativi, la moda, il design, blah blah..."





lunedì 30 novembre 2009

Via, via, vieni via di qui...






"Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio. 
Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all'attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai. 
Per questo, col cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell'estero"


Per carita', io questa lettera di Pier Luigi Celli la condivido e sottoscrivo in pieno, dalla prima all'ultima parola comprese le virgole e gli spazi bianchi. E se me ne sono andato e' perche', per citare uno dei corresponsabili, "l'Italia e' il Paese che amo" ed ero stufo di svegliarmi ogni giorno e trovare nuovi motivi per disprezzarla.


Detto questo, mi viene da chiedermi: se anche il direttore generale della Luiss si scontra col fatto che suo figlio ha poche opportunita', in che situazione si trova un padre normale? E dov'era la sinistra quando a quel padre abbbiamo lasciato l'unica alternativa di sperare che suo figlio diventi una velina o un portaborse?


(E dov'era Celli quando le veline uscivano dal recinto Mediaset e colonizzavano tutta la nostra tv dall'intrattenimento ai quiz alla cultura? Ah gia', in RAI.)



domenica 22 novembre 2009

Dinamica del vuoto




Uno si sveglia la mattina un pò assonnato, ipotizza un giro in bici per Hyde Park e Kensington, guarda fuori dalla finestra e vede solo nuvole e vento, accompagnate da minacciosi rumori di fondo. Una roba che scogliona.
Poi però legge la mappa domenicale di Diamanti, e trova una di quelle frasi che ridanno serenità e pure un pizzico di allegria:

 Per cui [il PD] dovrà riesaminare il tema delle alleanze, guardando, necessariamente, al centro. All'Udc, più che a Rutelli (la cui uscita non sembra avere scalfito, per ora, l'elettorato del Pd né quello dell'Udc).

Buona domenica!